Presa XXII - Mountain Bike Team - Montebelluna - Treviso

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Racconto di caccia, di boschi e...

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Pubblichiamo con piacere una email che ci è giunta da un biker che sta uscendo con noi. Volutamente non inseriamo alcuna immagine perché quello che ha scritto merita di essere "vissuto" con le emozioni che riesce a trasmettere e che a volte ci scordiamo di provare presi dalla competizione o dall'abitudine di girare in posti meravigliosi grazie a questo sport.

Devo sbrigarmi. Anche se la sveglia ha squillato alle sei e trenta, i miei ritmi si sono dilatati nel tempo al punto che mi serve più di un’ora prima di essere pronto sull’uscio di casa. Cinque minuti in garage, altri cinque per uscire in strada, augurando che non vi siano contrattempi. Già, il contrattempo… termine usato nel linguaggio musicale e il cui utilizzo incide in modo vigoroso sul ritmo di un brano. Ma per gli umani che si considerano a norma significa solo perdita di tempo e conseguenze fastidiose.

Così è: la gomma posteriore si ribella alla pressione della pompa, non vuol proprio saperne di “stare su”. Quasi al termine della pazienza “Avrai anche tu un’anima - digrigno tra i denti - non ti basta il pneuma, il soffio, l’aria che ti do?” Plof, uno sbuffo e la valvola si sblocca; così delicatamente che mi sfugge un “Brava, vedi che se vuoi sai offrire il meglio di te?” Nel frattempo se ne sono andati altri dieci minuti. Veloce, vai, non c’è tempo per iniziare con andatura lenta! Ma insomma, anche se arrivi in ritardo non succede nulla, ti aspettano. Questa è la perenne lotta tra le mie due anime, quella scrupolosa e puntualista e quella tollerante e un po’… accondiscendentista.

Devo essere all’inizio della Presa 19, lato sud, alle 8.35, 8.40 al massimo. Pedalo a tutta e, per sentire meno lo sforzo, calcolo i chilometri e i tempi di percorrenza, la media e la frequenza cardiaca. Sarebbe tutto più semplice se accendessi il computer ma sentirei di più il cuore in gola. Non trovo tracce di persone per la strada, qualche auto di tanto in tanto; è una meravigliosa giornata grigia, con striature che toccano quasi il nero e che non promettono nulla di buono; un buon tasso di umidità e qualche sferzatina di vento che ti scarica le gocce di pioggia dagli alberi.

All’improvviso, il miracolo: sono sullo Stradone del Bosco e uno squarcio di luce illumina l’asfalto, l’acqua della Canaletta, le rive alla mia destra, i vigneti sulla sinistra. Mi viene spontaneo “hojotoho!”, il grido di guerra delle Walkirie… poi mi controllo, speriamo che il tempo tenga. Altri cinque minuti di pedalata veloce e ansiosa e finalmente, alla fine del rettilineo, eccoli quelli della XXII che mi stanno aspettando. Devo sempre costringerli ad aspettarmi, che vergogna, almeno questa volta potevo essere io ad attendere. Non importa. “Ciao Gianalberto!”, riconosco la voce del Presidente; e subito altri “ciao” rumorosi, allegri , sorridenti, cordiali. “Tutto bene?” mi chiede. “Benissimo!” rispondo e mi rincuoro. Siamo in nove, anzi, loro sono in otto, io sono l’aggiunto. Si parte subito. Ancora qualche minuto di asfalto, si procede affiancati a due, a tre, si continua con i discorsi iniziati prima, se ne prendono di nuovi; cerco di mantenermi dentro al gruppo per sentirmi partecipe, pur in silenzio, della loro presenza, della compagnia che già due sere prima, alla Cena dell’Oca, avevo avvertito cordiale e schietta. Mi rivolgono la parola, come se lo avessero concordato in precedenza per coinvolgermi; rispondo, cerco di allungare il discorso, ma inizia lo sterrato e bisogna che stia attento. Mi metto in coda, osservo come riescano a correre a coppie ora di due, ora di tre, sfiorandosi con i gomiti, spesso spalla contro spalla senza che le geometrie debbano scomporsi, con le ruote anteriori a pochi centimetri da quelle posteriori delle bici davanti; se i primi frenano, penso, qualcuno inevitabilmente cadrà. Ma non succede, anche se la traiettoria diritta viene spesso interrotta da improvvisi e repentini scarti che lasciano segnati sul terreno archi quasi perfetti. Provo ammirazione per la loro capacità di condurre quelle meravigliose biciclette dai nomi prestigiosi, di accompagnarle per mano come fossero dei “fantini” e lascio andare la fantasia; la mia“cea” sembra ascoltare i mie pensieri. Intanto le lenti cominciano a bagnarsi, ma non è solo acqua quella che solleva la posteriore di Francesco, ci sono schizzetti di fango. Una passata con la manica della maglietta, e tutto ritorna pulito, almeno per qualche secondo. Ma non mi preoccupo, l’emozione va oltre il fango sugli occhiali.

Passiamo davanti ad un sentiero quasi nascosto dalla vegetazione, riconosco la Presa XXII che non è nemmeno segnata sulla mappe tanto è impraticabile e desueta; sono riuscito ad affrontarla pochi giorni orsono con le informazioni che mi erano state fornite, è breve ma dura più per il fondo molto sassoso che per la pendenza; per buona parte l’ho fatta a piedi, che vergogna… Già oltrepassata, meno male. Si continua ancora sullo Stradone del bosco che nel frattempo si è fatto più largo, i gruppi si scompongono e un po’ si allungano, sento discorsi in modo indistinto, sto cercando di concentrarmi perché si comincerà a salire fra poco. E infatti, dopo qualche minuto, un perentorio “a destra!” del Presidente indica la salita della XVI. Guardo i disegni lasciati dalle ruote sull’asfalto quasi asciutto, li guardo mentre il colore del fango scompare a poco a poco; è l’ultima distrazione che mi concedo, poi ci sarà da fare attenzione.
Il cielo si è ricoperto di nubi. Mi affianco a Francesco e “Ne verrà giù tanta fra poco” quasi gli sussurro ansimando. “Non credo, forse tiene” mi risponde ad alta voce. Prendo coraggio, ma ho poca speranza.

L’ho fatta ancora questa Presa, e mi sforzo di ricordare gli strappi, le curve, i colori delle foglie in primavera e in estate, ma non c’è tempo: quando si è in gruppo bisogna seguire l’andatura per non perdere il ritmo, pena il ritrovarsi distaccati in breve tempo ed essere costretti a rincorrere bruciando energie preziose. Un po’ nascosto dalla vegetazione si apre improvvisamente sulla sinistra un sentiero ripido e sassoso che ci inghiotte uno per uno, come se una ninfa del bosco ci avesse mandato richiami ammalianti; non voci ma solo l’arrancare delle ruote sul terreno anche un po’ fangoso, solo il brusco scatto metallico del cambio che risuona da una bici all’altra come se fosse il testimone da passare al compagno, solo residui di luce che si fanno buio…. Dal sentiero ad una radura ad un prato in leggera discesa e attraversato di corsa, le ruote avvolte dall’erba bagnata e un po’ alta si puliscono e si fanno lucide lucide, lasciano binari, scie più chiare che indicano la strada sotto il cielo quasi nero. Un altro sentiero ci sta davanti, sbarrato, il filo spinato è stato messo di recente; si scende, qualcuno si adopera per separare le maglie uncinate, si passa sotto quasi strisciando sul terreno, le bici vengono passate sopra, due braccia si tendono, altre due son pronte a ricevere . Si imbocca una stradina … la riconosco, porta alla trattoria dove abbiamo celebrato la “cena dell’oca” due sere prima, quasi sfioriamo l’uscio; il proprietario sta scendendo dal bosco con un cesto di funghi, “Avete scelto proprio una bella giornata per il vostro giro” sembra voler dire salutandoci, al suo fianco i due cagnolini che lo accompagnano abbaiano e son d’accordo col padrone.

Vedo poco. Le lenti esterne sono bagnate, le lentine graduate interne sono offuscate dal calore del viso; procedo, per quanto mi riesce, seguendo il compagno che mi sta davanti, ma non posso pretendere che mi faccia da apripista.
Si rientra nel bosco, qualche squarcio di cielo penetra qua e là, il sentiero è agevole, si corre su un tappeto di foglie, le prime gocce rimbalzano sul casco, sarà opportuno indossare la mantellina, respiro un leggero profumo di acacia…., è vietato perdere di vista i compagni più vicini, attenzione al terreno scivoloso, alla pioggia che ora cade insistente. Sono tentato di togliere gli occhiali ma sarebbe peggio. Rallento, son rimasto solo con il fruscio della pioggia tra le foglie. Tengo tirati i freni e scendo molto lentamente.

Un paio di strappi e una breve discesa, quel tanto che basta per disappannare un po’ le lenti; odo distintamente delle voci che rimbalzano poco più avanti, da destra e da sinistra; provengono da una piccola radura ….. sì, sono loro, riconosco le risate. Si sono riparati a gruppetti sotto alcuni alberi, in attesa che smetta di piovere, o stanno aspettandomi? Poco importa, passo davanti a loro, è come se tagliassi il traguardo. “Vado un po’ avanti, così prendo tempo”, rispondo a qualcuno che mi invita a fermarmi, e procedo sul sentiero che appena si scorge. Improvvisamente avverto qualcosa che sfiora la bici, mi fermo e tolgo gli occhiali: si muove nervosamente annusando il terreno un pointer marrone, silenzioso, in caccia; il padrone segue poco più indietro, svogliato, il fucile aperto. “Per carità, vedi di non scambiarmi per una volpe bianca! “esclamo indicando la mia mantellina chiara. “Noi non spariamo alle volpi bianche” mi risponde stando sullo scherzo,”le guardiamo dritto sugli occhi e loro si fanno catturare”. Mi piace la risposta pronta e spiritosa. Ma a quale strana specie appartengono le volpi bianche del Montello?
Sento che il gruppo sta giungendo alle mie spalle; rimetto gli occhiali e riprendo, mi faccio superare e mi metto a ruota. Anche se il campo visivo è limitatissimo e la fatica per scorgere il sentiero è eccessiva, ho deciso di buttarmi giù, a qualsiasi costo. Dovrò pure, arrivato ad un certo punto dei miei buoni propositi, vincere la paura delle discese? Coraggio, dai dai dai, mi incito… e la prudenza?
Non è la prudenza, è la paura di cadere e di farsi male, è l’andare alla cieca, è il divertimento che è venuto meno, come il raggio di luce sullo Stradone.
Scendo, risalgo, mi immetto sulla VIII; gli altri sono andati avanti, il Presidente e Francesco mi stanno aspettando. “Non posso continuare in queste condizioni” dichiaro allargando le braccia quasi a giustificarmi. Comprendono e mi lasciano andare, dispiaciuti forse, o forse liberati da un fardello. Non so, non voglio sapere. Non sono bastati l’entusiasmo, la tenacia, il “devo” imposto a me stesso, scandito ritmicamente con le pedalate durante gli strappi più duri. “Non preoccuparti, Gianalberto, alla prossima!” mi incoraggia il Presidente. Il mio “ciao ragazzi” è vuoto. Piccola grande sconfitta.
Mi sono tolto gli occhiali per guardarli mentre si allontanano veloci sotto la pioggia malefica, scompaiono presto; per qualche istante guardo il prato davanti a me, non ha colore, è grigio come il cielo, è solo, come me.
Scendo sullo sterrato della Presa, non è ripido e lascio andare la bici frenando poco. Ora non piove più, sembra un capriccio dispettoso; vedo la strada, le curve, la schiena d’asino, persino le buche. Mi fermo per mangiare qualcosa.
Sono sullo Stradone, forzo l’andatura per asciugarmi un po’; di tanto in tanto giro gli occhi versi il bosco e mi sforzo di immaginare il percorso dei ragazzi in nero verde, vedo l’ espressione di contentezza scolpita nei loro volti per aver espugnato una volta di più il Montello. Saranno già sulla XV, o forse sulla XVI…
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Racconto della caccia alla volpe bianca, dell’occhio assonnato e svogliato del cacciatore, del cesto di funghi, del filo spinato, delle geometrie, dei profumi del bosco.
Tutto sommato, non è stata poi così disastrosa….

Gianalberto.

Ultimo aggiornamento Sabato 15 Febbraio 2014 17:45  

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